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La paura del parto è un’emozione profonda, complessa e tutt’altro che rara.

Può nascere da esperienze precedenti difficili, da racconti negativi, da una sensazione di perdita di controllo o semplicemente dall’incertezza di ciò che accadrà. In alcuni casi diventa così intensa da influenzare la serenità della gravidanza e il modo in cui una donna immagina la nascita del proprio bambino.

A volte si manifesta in modo subdolo, come un’inquietudine che accompagna i pensieri sul travaglio o sul dolore; altre volte prende forma più netta, con immagini, timori o convinzioni che rendono difficile immaginare quel momento con fiducia.

Non sempre è legata a qualcosa di “oggettivo”: può emergere anche in gravidanze serene, in donne che si sentono forti e preparate. È un’emozione che parla del bisogno di sicurezza, di controllo, di ascolto e che, come ogni paura, chiede prima di tutto di essere riconosciuta e accolta, non negata.

Eppure, in Italia, questa paura viene ancora spesso taciuta, sottovalutata o minimizzata, come se ammetterla significasse essere fragili. Come se non ci fosse spazio per dire: “ho paura, ma vorrei capirla.”

Molte donne si sentono sole nel viverla, temendo di essere giudicate o di non essere “abbastanza forti” per affrontare il parto in modo naturale. Altre la nascondono dietro un sorriso, convinte che parlarne possa sembrare un segno di debolezza o di scarsa fiducia nei professionisti che le accompagneranno.

In questo modo la paura del parto resta sotto traccia, invisibile ma presente, alimentata da silenzi, pregiudizi e da un linguaggio che spesso riduce il tutto a una prova di resistenza invece che a un passaggio da vivere con consapevolezza e rispetto.

Ciò che manca è una vera cultura della consapevolezza, un sentire comune capace di accogliere le diverse sfumature emotive dell’attesa. E più ancora mancano strumenti validati scientificamente per riconoscere la portata di questa paura e offrire a ogni donna un sostegno personalizzato, rispettoso e libero da giudizio.

Proprio da questa esigenza nasce un progetto scientifico importante: la validazione italiana di due questionari internazionali già utilizzati in diversi Paesi (Canada, Olanda, Spagna, Giappone, Grecia).
A portarlo avanti sono le ricercatrici dell’Università di Torino, la professoressa Sara Carletto e la dottoressa Francesca Malandrone, in collaborazione con Unimamma.

L’obiettivo è chiaro: comprendere quanto la paura del parto possa influenzare il benessere emotivo e le scelte ostetriche delle donne nel secondo e terzo trimestre di gravidanza, per avvicinarsi ai percorsi di supporto più adeguati o, nei casi più severi, valutare la possibilità di un taglio cesareo programmato.

Perché due questionari?

I due strumenti osservano la paura del parto da prospettive complementari, e possono essere usati insieme o separatamente, a seconda delle necessità.

Il primo, W-DEQ (Wijma Delivery Expectancy/Experience Questionnaire), sviluppato in Svezia e solo parzialmente validato in Italia, si concentra sulle paure legate al travaglio e al parto vaginale.

Il secondo, CFQ (Childbirth Fear Questionnaire), realizzato da ricercatrici canadesi che collaborano al progetto, amplia lo sguardo anche agli aspetti emotivi, relazionali e corporei dell’esperienza del parto — sia vaginale sia con taglio cesareo.

Cosa significa “validare” uno strumento?

“Validare” non è una semplice traduzione: è un processo scientifico rigoroso per verificare che il questionario, nella nuova lingua, mantenga lo stesso significato e la stessa affidabilità dell’originale. Serve a garantire che le domande vengano comprese allo stesso modo e che misurino davvero ciò che vogliono indagare: la paura del parto.

Per riuscirci, è necessario che molte persone compilino i questionari. Questi, insieme ad altri strumenti, consentiranno di distinguere, ad esempio, tra ansia e paura del parto,  due esperienze che possono coesistere ma che non sono la stessa cosa.

Solo dopo questa fase, lo strumento potrà essere utilizzato ufficialmente in consultori, ospedali e percorsi di sostegno psicologico. 

Partecipare, quindi, significa contribuire a costruire in Italia un riferimento concreto per riconoscere e accogliere la paura del parto, anche quando porta una donna a chiedere un taglio cesareo.

Cos’è la paura del parto e perché non va minimizzata

Oggi, nel nostro Paese, non esistono ancora strumenti completi e validati in italiano per valutare la paura del parto.
Questo crea una disomogeneità significativa: ogni punto nascita decide autonomamente se riconoscere la tocofobia (paura intensa del parto) come motivo per un cesareo, oppure no.

Il risultato, spesso, è un vissuto di solitudine e incomprensione, che può lasciare cicatrici emotive profonde.

Come sottolineano le ricercatrici, il parto non dovrebbe mai essere un terreno di giudizio, ma uno spazio di libertà e consapevolezza.
Quando la paura è autentica e invalidante, la possibilità di scegliere un cesareo non può essere vista come un privilegio, ma come un diritto da garantire.

Leggi il diritto al taglio cesareo

Come contribuire

Perché la validazione possa andare a buon fine, è necessario il contributo delle donne in gravidanza. Chi si trova nel secondo o terzo trimestre può partecipare compilando un questionario anonimo di circa mezz’ora.

Un gesto semplice, ma di grande valore, che forse non cambierà il percorso di chi partecipa oggi, ma aiuterà le donne di domani e la te stessa del futuro a vivere il parto con maggiore serenità e libertà di scelta.

Compila il questionario qui 

Grazie di cuore per il tuo tempo e per la tua fiducia.
Ogni singola risposta aiuta a costruire un sistema nascita più attento, empatico e rispettoso delle donne.

6 commenti su “Paura del parto: il progetto di Unimamma e l’Università di Torino

  1. Irene ha detto:

    Mancano due mesi e mezzo al parto e vivo nel terrore. Di mio, soffro di claustrofobia e attacchi di panico, ho la pressione bassissima e svengo spesso, per non parlare di anemia ecc. Eppure, quando cerco di affrontare il problema, i medici mi consigliano piuttosto, di prendere psicofarmaci anziché pensare al cesareo.

  2. Gabriella ha detto:

    Ho già una figlia, il parto fu davvero un trauma , qualcosa da dover dimenticare!! Avevo il terrore del parto ma mai avrei immaginato che potesse essere così catastrofico. Adesso sono di nuovo in dolce attesa e sono felicissima ma allo stesso tempo traumatizzata

  3. Greta ha detto:

    D’accordo con tutto ciò

  4. Federica ha detto:

    Sono al terzo trimestre, sarei interessata a compilare questo questionario perché lo vedo utile. Tantissime donne hanno paure e ansia del parto e secondo si dovrebbe vivere con serenità.

  5. Veronica Cutaia ha detto:

    Articolo molto significativo e validante, sono al termine del secondo semestre e inizio ad avere molta paura del parto, del dolore, di non riuscire e perdere il controllo. La paura diventa tale che la notte ho difficoltà a dormire e durante il giorno ho molta ansia.

  6. Jessica Sodano ha detto:

    Buongiorno sono incinta del mio primo figlio ho 36 anni e a breve partorirò.
    Ovviamente l’idea di soffrire o che qualcosa possa o andare storto mi fa paura, però so che questa il corpo delle donne è fatto biologicamente per questo.
    Cerco di avere fiducia nella natura, e sento che non opterei per il cesario come prima scelta ma solo in caso di complicazioni.
    Mi rendo conto però che tante donne vivono questo pensiero con forte ansia e paura e penso che ognuno debba scegliere il percorso più idoneo al proprio benessere fisico e psicologico.

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